Nuovo appuntamento con la cultura: il libro “La cura come rischio necessario” sarà presentato a Velletri il 19 febbraio 2026, alle ore 18:30, presso la Libreria Mondadori Bookstore di Velletri, nella nuova sede di Corso della Repubblica. Insieme agli autori Emanuele Caroppo e Giusy Gabriele, discuteranno i temi del volume la Dirigente scolastica Serena Incani, la vicesindaca di Velletri Chiara Ercoli, la presidente dell’Andos Velletri Ombretta Colonnelli, la cantante Jmii e l’attore e regista Sebastiano Colla. Il tema è di forte attualità. Giovani, violenza e paura: quando la salute mentale diventa il capro espiatorio. La nostra Redazione ha ascoltato il professor Emanuele Caroppo, il quale nel rispondere alle nostre domande ha lanciato un forte messaggio: “Curare non è controllare, è restituire legami”. Coltelli tra adolescenti, risse nei centri urbani, baby gang, aggressioni riprese con i cellulari e rilanciate sui social. La cronaca italiana degli ultimi mesi racconta un’escalation che spaventa e interroga. E quasi sempre, davanti a episodi di violenza giovanile, emerge una spiegazione ricorrente: il disagio psichico. Ma è davvero questa la chiave di lettura? O la salute mentale rischia di diventare il contenitore comodo delle nostre paure collettive?
Lo abbiamo chiesto al professor Emanuele Caroppo, psichiatra e psicoanalista, tra gli autori di “La cura come rischio necessario”, libro che nasce dall’esperienza quotidiana nei servizi pubblici di salute mentale e che prova a ribaltare molte narrazioni dominanti.
Professor Caroppo, ogni fatto di cronaca violento che coinvolge giovani sembra chiamare in causa la salute mentale. È una lettura corretta?
È una lettura semplice, ma sbagliata. Quando un episodio violento ci colpisce e ci disorienta, tendiamo a patologizzarlo. Ma violenza e disturbo mentale non coincidono. Confondere questi due piani produce stigma e non ci aiuta a comprendere le vere cause di ciò che sta accadendo.
Eppure la richiesta di sicurezza è fortissima. Come si risponde a questa domanda sociale?
La paura va riconosciuta, ma non può guidare le scelte di cura. Quando una società è attraversata dall’insicurezza, rischia di delegare alla psichiatria una funzione che non le appartiene: quella di controllare le devianze. Nel libro raccontiamo quanto questa delega sia pericolosa, perché trasforma la cura in sorveglianza e svuota la salute mentale della sua funzione umana.
Dunque la salute mentale non c’entra nulla con la violenza giovanile?
C’entra, ma in modo diverso da come viene raccontata. La salute mentale non è la causa della violenza: è il luogo in cui si manifestano fratture sociali profonde. Isolamento, solitudine, perdita di appartenenza, assenza di legami reali. Quando un giovane non si sente parte di una comunità, anche l’altro smette di essere riconosciuto come essere umano.
Nei giornali si parla di “emergenza salute mentale”. È davvero così?
C’è un’emergenza, ma non solo clinica. È culturale, educativa, sociale. È più facile parlare di emergenza psichiatrica che interrogarsi sul funzionamento della scuola, sulla povertà educativa, sulla precarietà delle relazioni. La salute mentale, come raccontiamo nel libro, è un indicatore della salute complessiva della società.
Un altro tema molto attuale è l’aumento delle diagnosi nei giovani: ADHD, disturbi del comportamento, difficoltà di attenzione. Come lo interpreta?
Con grande cautela. Il rischio è quello di una semplificazione rassicurante: individuare un problema nel singolo è più facile che interrogarsi su un sistema che forse non è più adatto alle nuove generazioni. La diagnosi può essere utile, ma non può diventare una scorciatoia per evitare una riflessione più ampia sul contesto.
Nel libro emerge una critica netta alla riduzione della cura a protocolli e procedure standard. Perché?
Perché la cura non è mai un atto meccanico.
I protocolli sono strumenti utili, ma se sostituiscono la relazione diventano una gabbia. Curare significa stare nella complessità, accettare l’incertezza, esporsi. È per questo che parliamo di “rischio necessario”.
Scrivete che la cura è anche un atto politico. In che senso?
Nel senso più concreto del termine. Curare significa scegliere se una persona è solo un problema da gestire o un cittadino da accompagnare. La salute mentale riguarda diritti, partecipazione, dignità. Difendere una cura pubblica e comunitaria significa difendere un’idea di società.
In un clima che sembra invocare risposte sempre più repressive, il vostro libro va in direzione opposta. Non è una posizione scomoda?
È scomoda, ma indispensabile. Quando la risposta alla complessità diventa solo controllo, stiamo rinunciando a capire. Nel libro raccontiamo pratiche reali che dimostrano che un altro modo di fare salute mentale è possibile, anche in territori difficili, anche con risorse limitate.
Perché, oggi, un lettore dovrebbe partecipare alla presentazione di questo libro?
Perché questo libro parla del presente che stiamo vivendo. Parla di cronaca, di paura, di giovani, di servizi pubblici, di comunità che provano a non arrendersi. Non offre soluzioni facili, ma strumenti per pensare. In un tempo che chiede risposte immediate, propone una scelta controcorrente: fermarsi, ascoltare, comprendere. È da qui che può ripartire una cura davvero umana.
Fonte: Velletri Life