Cloris Brosca è un’artista che è spesso ricordata nelle vesti della Zingara, in fortunati programmi rai. La sua storia artistica, però, va oltre lo schermo televisivo e accoglie il cinema (Tornatore e Troisi, fra gli altri) e molto, moltissimo teatro con Costa, Mascia, Coltorti e Grossi in giro per l’Italia.
È sulle tavole del palco che forgia un’immagine di sé più complessa e affascinante, calandosi nei panni di personaggi distanti fra loro e spesso scomodi, dal vivo, sera dopo sera, di fronte al pubblico. Anzi, insieme al pubblico che la segue e la stima per la sua capacità di trasformarsi e restare credibilmente efficace in ogni sua prova d’attrice.
Come avviene per lo spettacolo Hostages, scritto e diretto da Antonio Prisco, che è in scena da stasera a domenica 22 marzo al teatro Cometa Off di Roma, e la vede protagonista.
In un luogo sospeso, dimenticato, dove il tempo sembra essersi incrinato: è da qui che prende voce Hostages. Un monologo intenso e disturbante che affonda nelle pieghe della mente e della memoria, trasformando una vicenda individuale in un racconto dal respiro universale.

Cloris Brosca interpreta una donna rinchiusa in un ospedale psichiatrico giudiziario che, approfittando di una falla nel sistema di sorveglianza, si rifugia in una stanza dimenticata. In questo spazio chiuso e fuori dal mondo, la sua voce si libera: un flusso di pensieri che oscilla tra delirio e poesia, tra ironia e disperazione, dando forma a una protesta intima e feroce per riconquistare la propria umanità.

Il suo racconto si dipana tra le immagini di una Roma fragile e sognatrice, quasi fiabesca, per poi accelerare in una spirale sempre più incalzante che richiama l’estetica e le contraddizioni degli anni Ottanta: il fascino della moda, la musica, le droghe, e il baratro esistenziale che ne deriva.

In questo alternarsi di registri, tra commedia nera e confessione visionaria, Hostages costruisce un linguaggio scenico capace di sorprendere e spiazzare.
Ciò che emerge, progressivamente, è qualcosa che va oltre la storia personale: il dolore della protagonista si trasforma in una denuncia sociale potente, un grido che interroga lo spettatore su temi come l’emarginazione, la salute mentale e la perdita di identità.
Uno spettacolo che inquieta e commuove, capace di lasciare un segno profondo, rammentandoci un’epoca e, al contempo, attraversando le epoche per arrivare diretto fino a noi.

Fonte: Banquo Magazine