La lezione di Basaglia, a 100 anni dalla sua nascita

Dall’ansia ai disturbi di personalità, una persona su 8 nel mondo soffre di disagi mentali, ma molte sono quelle che rinunciano a chiedere aiuto.

Nel centenario dalla nascita dello psichiatra che ha rivoluzionato le cure e portato alla chiusura dei manicomi, il personale e le risorse per la salute mentale sono sempre meno e le cure a rischio.

Aprire l’Istituzione non è aprire una porta, ma la nostra testa di fronte a ‘questo’ malato”, diceva Franco Basaglia. A cento anni dalla nascita del medico che rivoluzionò la storia delle cure psichiatriche in Italia, queste parole raccolgono la sua eredità: aver fatto capire che dietro al disagio mentale, c’è sempre una persona con dei diritti.

Tra le tante eredità che Basaglia ha lasciato c’è proprio quella di prendersi cura della propria salute mentale. Eppure, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità una persona su otto a livello globale vive con condizioni di disagio mentale, dall’ansia al disturbo bipolare: un tema tornato alla ribalta con la pandemia Covid-19, che ha visto un aumento dei disturbi soprattutto tra i giovani. Il centenario di Basaglia, ricordato in Italia con tantissime iniziative, è l’occasione per ripercorrere la strada fatta dall’istituzione dei manicomi a oggi, ma anche per capire quella che ancora resta da fare per superare problemi come il sottofinanziamento, la carenza di personale e i pregiudizi. Perché, come raccontano i protagonisti, la Legge 180 è un punto di partenza e non un punto di arrivo.

I 100 anni dalla sua nascita, avvenuta l’11 marzo 1924 a San Polo, vicino Venezia, non sono solo una celebrazione ma un momento di riflessione sul presente che porta a farci delle domande: che ne è oggi dei malati psichiatrici? E possiamo davvero dire archiviata la logica manicomiale?

Da Vasco e Cristicchi a Mr Rain, non è più un tabù

SANREMO: CRISTICCHI,PEGGIOR NEMICO DEL MATTO E' INDIFFERENZA

SANREMO: CRISTICCHI,PEGGIOR NEMICO DEL MATTO E ‘ INDIFFERENZA – RIPRODUZIONE RISERVATA

“Abbiamo portato sul palco un argomento tabù che ci tocca da vicino. Non parlarne, sarebbe stato un suicidio”, hanno detto La Sad, al teatro dell’Ariston dove hanno cantato la canzone dal titolo “Autodistruttivo”. A fare un appello per parlare di più di salute mentale era stato Mister Rain, che dal palco del concertone del Primo Maggio, lo scorso anno, ha raccontato: “Ho sofferto di depressione e ne sono uscito quando ho avuto il coraggio di chiedere aiuto”.

Ma il tema è tutto sommato caro alla musica. Sia Vecchioni che De André hanno evocato il suicidio, rispettivamente dVan Gogh e di Luigi Tenco. Giovanni Lido Ferretti, prima di diventare il leader dei Cccpaveva lavorato come operatore psichiatrico e la canzone “Curami” parla proprio della ricerca di una terapia. Mentre nel 1991 Enrico Ruggeri, per la canzone “Polvere”, prendeva ispirazione dalla profonda depressione che aveva colpito il padre e sconvolto anche la vita del cantante. La depressione era descritta nei suoi sintomi in modo dettagliato da Vasco Rossi in “Jenny è pazza”. E di pazzia ne cantava Giorgio Gaber, con “Dall’altra parte del cancello”. Nome che diventò il titolo dell’album di Simone Cristicchi dal quale è tratta la canzone vincitrice del festival di Sanremo del 2007, “Ti regalerò una rosa”, una struggente lettera scritta da Antonio, rinchiuso in manicomio, alla sua amata Margherita.

Per secoli nascosto e represso, oggi il tema non è più un tabù ed è protagonista non solo di canzoni, ma anche di film e serie tv. Le radici di questo nuovo modo di parlarne sono nel pensiero di Basaglia e di quello che venne definito un “nuovo umanesimo”. Tantissimo è cambiato dal 1978, anno in cui fu approvata la legge che chiudeva gli ospedali psichiatrici. Ma, se è vero che, come dice l’Organizzazione mondiale della sanità, “non c’è salute senza salute mentale”, è anche vero che, a distanza di 45 anni, questo rimane ancora un settore in cui si investe troppo poco per poter dare risposte a tutti coloro che ne hanno bisogno. Il passaggio dal manicomio ai servizi territoriali doveva andar di pari passo con una presa in carico individualizzata, incentrata sulla persona. Per farlo c’è bisogno di personale e risorse, che sono in cronica carenza, e la conseguenza è che le famiglie si trovano da sole a dover gestire il problema.

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La follia nella storia

Mostra su 'Ligabue' a Torino

Mostra su ‘Ligabue ‘ a Torino – RIPRODUZIONE RISERVATA

Segno del demonio o dello spirito divino, sulla follia, parola che deriva dal latino follus (o sacco pieno d’aria, cioè testa vuota), la società si è sempre interrogata. Già il medico greco Ippocrate, intorno al 400 avanti Cristo, ne parla come di una malattia organica. Se nel Medioevo i folli sono creduti posseduti dal demonio e con questa scusa inviati al rogo, nel XVI secolo l’olandese Erasmo da Rotterdam, dedicò alla pazzia un elogio, in quanto proprio questa condizione rende più vicino al divino. 

A fine Ottocento nacquero i primi manicomi ma è la legge 36 del 14 febbraio 1904 a stabilire che “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo.”

Alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso negli 86 manicomi italiani erano internate circa 100.000 persone e tra di loro anche Goliarda Sapienza, che racconta la sua esperienza nel libro “Il filo di mezzogiorno”. Una volta dentro perdevano i diritti civili e politici. Così ne parlava la poetessa Alda Merini, “privata delle figlie perché ritenuta psicolabile”:

“L’iniziazione si compiva lì, proprio ai margini della sofferenza più inaudita e noi non avevamo specchi per vedere questo mutamento graduale, ma sapevamo, sentivamo che segretamente avvenivano dei traslati”.

Mentre i quadri di Antonio Ligabue, ricoverato per tre volte con la diagnosi di psicosi maniaco-depressiva, raccontano in modo plastico la sua sofferenza.  E l’ospedale psichiatrico San Lazzaro, in cui il pittore fu internato dal 2012, ospita oggi il Museo della storia della psichiatria.

Il Novecento vide la chiusura di queste strutture e una profonda trasformazione della psichiatria, grazie alla corrente di pensiero e di pratiche fiorita intorno a Basaglia. La legge 180, approvata nello stesso anno del diritto all’aborto, abolì i manicomi, ma soprattutto eliminò il concetto di pericolosità per sé e per gli altri del malato di mente e collocò l’assistenza psichiatrica nel contesto dei servizi ospedalieri e sul territorio.

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Scene dal manicomio

Addio ai manicomi 40 anni fa, l ‘esperienza del Materdomini – RIPRODUZIONE RISERVATA

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Le voci degli infermieri in “La Pecora nera”

Locandina di Pecora Nera, film di Ascani o Celestini

Locandina di Pecora Nera, film di Ascani o Celestini – RIPRODUZIONE RISERVATA

Divisi in padiglioni tra tranquilli, agitati, semi agitati, adulti e bambini, uomini e donne, i manicomi erano accomunati dalla presenza della recinzione. “Chi scappava lo faceva spesso in modo dimostrativo, e spesso diventava un suicidio. Perché anche il suicidio era una fuga”. A raccontarlo è Ascanio Celestini, attore, regista e scrittore che con il film “La Pecora Nera”, tratto dall’omonimo libro, vinse nel 2010 il premio della fondazione Mimmo Rotella al Festival di Venezia. La storia dell’istituzione viene raccontata attraverso le storie di chi il manicomio l’ha vissuto grazie, in particolare gli infermieri, che erano “molto dentro ma anche fuori l’istituzione”. Dalle interviste, frutto di tre anni di ricerche in diverse città italiane, “mi era sembrato che emergesse chiaramente come l’essenza del manicomio era nelle relazioni di potere e nella rete che divideva il dentro dal fuori”. Un altro elemento comune emerso dai racconti era la chiave, che “era un’arma e una responsabilità”. 

“Un giorno diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portata in manicomio. Fu lì che credetti di impazzire”  Alda Merini

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Le chiavi, il segno del potere

Guarda il video dell’intervista al regista attore Ascanio Celestini


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L’incontro che diventa possibile

Franco Basaglia

Franco Basaglia – RIPRODUZIONE RISERVATA

L’articolo 32 della Costituzione sancisce il diritto di tutti i cittadini a ricevere cure.  La Legge 180, approvata il 13 maggio 1978, riconosce questo diritto anche a chi soffre di malattie mentali. E “in questo senso Basaglia viene considerato anche un costituzionalista”, chiarisce Beppe Dell’Acqua, che iniziò a lavorare con lui nel Dipartimento di Salute Mentale di Trieste, di cui poi divenne direttore.

Il percorso professionale e umano di Basaglia si inserisce in una corrente più ampia di antipsichiatria, che dagli anni 60 iniziò a cambiare le basi di questa scienza, concentrando l’attenzione sul paziente come persona. “Ha fatto emergere la fragilità di una scienza, la psichiatria, che all’epoca riteneva la malattia mentale come una condizione organica e inguaribile – racconta Dell’Acqua, autore del libro “Non ho l’arma che uccide il leone” – ma soprattutto ha cambiato la posizione del malato: non più oggetto passivo bensì una persona che ha una malattia ma anche dei diritti. Da qui discende la chiusura dei manicomi”.  Dopo aver iniziato a sperimentare a Gorizia quanto appreso all’estero, Basaglia viene chiamato a dirigere il manicomio di Trieste. Lo fa con la convinzione che questa istituzione non poteva essere modificata, “ma solo abbattuta” costruendo risposte e servizi sul territorio che potessero permettere ai pazienti di vivere vite dignitose.

“E così fa, per la prima volta al mondo, – ricorda Dell’Acqua – rendendo la città friulana pionieraL’impossibile diventa possibile: vengono abbattute le reti, i pazienti sono lasciati liberi di passeggiare, mangiare all’aperto, di lavorare, di riunirsi in assemblee. Vengono istituiti servizi di diagnosi e cura con le porte aperte, abolito l’elettroshock, eliminata la violenza, il trattamento sanitario obbligatorio e il contenimento vengono limitati per legge ai casi gravissimi. Di fatto, i diritti previsti dalla Costituzione sono stati riconosciuti a una fetta di popolazione a cui erano stati fino a quel momento negati”. Marco Cavallo, la grande scultura azzurra di cartapesta che il 25 febbraio 1973 esce dai cancelli del manicomio di San Giovanni, a Trieste, seguita da un corto di pazienti, medici infermieri e familiari dei degenti.

Nel decennio dopo la morte di Basaglia accade quella che Dell’Acqua descrive come una rivoluzione della coscienza: “Avevamo iniziato a guardare l’Altro in un altro modo, l’incontro era diventato possibile. Le famiglie hanno iniziato a pensare che i loro cari che soffrivano di una schizofrenia non andavano nascosti, ma curati”.

Di pari passo, ci si è iniziati a interrogare su cosa sia la pazzia, storicamente caratterizzata da una visione manichea: “da una parte il normale e dall’altra il folle, un meccanismo comodo”. Basaglia invece dice che “la follia è una condizione umana, come la ragione. Non è così netta la divisione. C’è un’infelicità di fondo che ci portiamo dietro, tutti chi più chi meno. Le persone possono avere disturbi ma possono essere transitori e vanno curati”. E, come canta Caetano Veloso, “visto da vicino nessuno è normale”.

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Una legge non ancora applicata

Il festival della Salute Mentale della Asl Roma 2 Ro.Mens

Il festival della Salute Mentale della Asl Roma 2 Ro.Mens – RIPRODUZIONE RISERVATA

Se i servizi di cura non coprono i bisogni

Il cambiamento epocale portato avanti da Basaglia è stato il passaggio dal malato come “oggetto pericoloso da custodire” a soggetto con dignità e diritti. “Si è affermata, di conseguenza, una visione bio-psico-sociale, ovvero legata alla biologia, alla psiche e alla società, che insieme rappresentano i determinanti della malattia, ma anche i fattori su cui impostare la terapia. In pratica la psichiatria doveva passare dalla custodia alla cura”. A dirlo è Massimo Cozza, direttore del Dipartimento di Salute mentale della Asl Roma 2, che aggiunge: “nei decenni successivi è mancata la capacità di mettere a terra l’alternativa ai manicomi”. Qui c’è il tasto dolente. “La 180 non è mai del tutto stata applicata perché, per curare le persone sul territorio, c’è bisogno di servizi, persone e risorse”.

Guarda il video dell’intervista al direttore del Dipartimento di Salute mentale Asl Roma 2 Massimo Cozza

A parlare sono i numeri: “sono seguite dai Dipartimenti di salute Mentale circa 800mila persone molti meno di quelli che ne soffrono e che, secondo studi epidemiologici sulla popolazione, in Italia sono almeno quattro milioni”. Per superare lo stigma e diffondere l’informazione, il dipartimento insieme alla Asl Roma 2, organizza ogni anno il Ro.Mens, il festival della Salute mentale di Roma. 

Tante sono criticità che restano aperte e anche le iniziative che hanno attualizzato il pensiero basagliano. O, ancora, la campagna “E tu slegalo subito”, promossa per l’abolizione della contenzione nei luoghi della cura, rilanciata dopo la morte di Francesco Mastrogiovanni, maestro di cinquantotto anni, morto nel servizio psichiatrico di Vallo della Lucania (SA) nel 2009, dopo 4 giorni di contenzione. Così come la campagna “Stop Opg”, che, di pari passo all’inchiesta della Commissione Errori Sanitari del Senato, portò alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

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Risorse all’osso e poco personale

Targa Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 2

Targa Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 2 – RIPRODUZIONE RISERVATA

Nel 1978, insieme alla nascita del Servizio Sanitario Nazionale, sono stati creati i Dipartimenti di Salute Mentale, con lo scopo di mettere al centro il processo di cura nel territorio, la qualità della vita dei pazienti, rispettandone la libertà. A partire da questa data sono stati istituiti oltre 180 Dipartimenti, ma la carenza di personale e di servizi diurni a causa dei pochi fondi, da anni, rendono carente la risposta. Secondo i dati del Ministero della Salute (Sistema Informativo per la Salute Mentale del 2022) gli utenti psichiatrici assistiti dai servizi specialistici nel corso 2022 erano 776.829. “Ma quelli che dovrebbero esser seguiti sono molti di più”, ribadisce Emi Bondi, presidente della Società italiana di Psichiatria (Sip). La patologia più frequente è la depressione (con 16 casi su 10.000 abitanti), seguita dalle sindromi nevrotiche (11 casi su 10.000), schizofrenia e altre psicosi (6 casi su 10 mila).

 “Gli ultimi anni hanno visto un’impennata del 30% di disturbi come ansia, attacchi di panico e depressione. C’è stato – spiega Bondi – un cambiamento legato all’aumento dell’uso di alcune droghe, specie quelle sintetiche oggi molto diffuse e che, se assunte da chi ha problemi psichici, ne aggravano le manifestazioni. La stessa dipendenza da internet e social ha portato a un’anticipazione dell’età in cui si presentano le malattie psichiatriche. Lo scenario delle psicopatologie è cambiato e dobbiamo adeguare i servizi che sono invece sottofinanziati; mancano medici, infermieri, ed educatori, se mancano loro manca il rapporto di relazione e si vanifica l’obiettivo della Basaglia”. Questo si lega anche al problema della mancata diagnosi che deriva, da un lato dalla difficoltà a rispondere alle richieste e dall’altro alla vergogna di chiedere aiuto, per via di tanti pregiudizi associati a questi disturbi, “tra cui quello della pericolosità, anche se non è assolutamente dimostrato che chi ne soffre commetta più reati degli altri”.

Abbiamo oggi, prosegue la psichiatra, “tanti modi di affrontare questi problemi, grazie a farmaci sempre più mirati e con meno effetti collaterali, psicoterapia e riabilitazione ma i servizi territoriali possono permettersi di seguire solo chi ha patologie gravi e ne restano fuori centina di migliaia, se non curati possono passare dal ‘disagio’ al ‘disturbo’, ovvero a una malattia che compromette la vita quotidiana”. Insomma, conclude l’esperta, se abbiamo poche risorse bisogna capire a chi dare priorità. “Quindi – conclude – va bene il Bonus Psicologo, introdotto durante la pandemia Covid e rifinanziato con il Milleproroghe, ma pensiamo anche a curare le malattie gravi perché in molte città i reparti di psichiatria rischiano di chiudere”.

Per fare il punto su queste criticità, nel 2021 l’allora ministro della Salute Roberto Speranza, ha convocato la Seconda Conferenza Nazionale sulla Salute mentale (a distanza di ben 20 anni dalla prima), a cui hanno partecipato i principali interlocutori del settore, con l’obiettivo di “ripensare le politiche future, anche alla luce delle vulnerabilità emerse nel corso dell’emergenza Covid”. Un incontro in occasione del quale il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha puntato l’attenzione sulle famiglie “che suppliscono ai limiti strutturali di un sistema che anche la pandemia ha contribuito a mettere ulteriormente a dura prova”. Ma le importanti riflessioni emerse non si sono tradotte in cambiamenti concreti.

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Raddoppiati i bambini e i ragazzi a rischio

In 15 anni sono raddoppiati i bambini e i ragazzi a rischio di disturbi mentali

In 15 anni sono raddoppiati i bambini e i ragazzi a rischio di disturbi mentali – RIPRODUZIONE RISERVATA

L’area della salute mentale dei minorenni da decenni è stata drammaticamente trascurata mentre di pari passo è cresciuto il numero di chi ha bisogno di aiuto. “Dal 2008 sono più che raddoppiati tutti i disturbi neuropsichici di bambini e ragazzi, tra cui i disturbi psichiatrici: ansia, depressione, disturbi di attenzione e del comportamento, alimentari e dell’umore, difficoltà a gestire le emozioni. Fino a disturbi di personalità, gesti di autolesionismo e tentativi di suicidio”, chiarisce Antonella Costantino, direttore della Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Irccs Cà Granda, Fondazione Policlinico di Milano.

 “Questo aumento – aggiunge la past president della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (Sinpia) – viene da lontano, anche per l’impatto di internet e dei social, ed è iniziato nei 10 anni precedenti la pandemia. Questa, a sua volta, ha peggiorato le cose: c’è stato un aumento notevole delle richieste di aiuto tra 14 e 18 anni, soprattutto tra le femmine, che ha tagliato fuori dai servizi i casi meno gravi, perché le risorse sono molto limitate: ma se non si curano, i disturbi possono solo peggiorare”. La conseguenza, denuncia Costantino, “è che il 15% dei minorenni avrebbe bisogno di un aiuto, ma solo una piccola parte accede ai servizi di neuropsichiatria infantile, dal 4% al 9%, a seconda delle regioni, viene preso in cura”.

La disomogeneità dei servizi fra regioni è molto più marcata per i minorenni che per l’adulto, soprattutto per i casi più gravi. Le conseguenze della carenza di posti letto si vedono su chi ha bisogno del ricovero. “Se un ragazzo attraversa un momento di crisi acuta, nel 12% dei casi finisce in reparti di psichiatria dell’adulto, questo è molto grave perché hanno bisogno di un altro contesto e di altre competenze.  Le leggi sono buone, ma se non si mettono risorse sufficienti restano su carta”, sottolinea Costantino.

Se è vero che la pandemia ha legittimato il fatto che si possono avere difficoltà e si possa chiedere aiuto, il rischio, mette in guardia, “è che alcuni disturbi siano diventati ‘appealing’, quasi di moda. Da Fedez a Sangiovanni, non mancano esempi di personaggi famosi che non fanno mistero delle fragilità e invitano a parlare di salute mentale. Questo aiuta a sentirsi meno sbagliati ma bisogna stare attenti a che non crei un effetto imitazione.”

Insegnare a riconoscere

Progetto Itaca

Progetto Itaca – RIPRODUZIONE RISERVATA

Grazie alla legge Basaglia sono potuti nascere enti del Terzo Settore, come Progetto Itacafondato a Milano nel 1999 da familiari e pazienti, che avevano incontrato molte difficoltà nel riconoscere il disturbo psichico, superare lo stigma e capire a chi rivolgersi. “Questa esperienza personale – spiega la presidente di Fondazione Progetto Itaca Felicia Giagnotti – ci ha spinto a operare per diffondere informazione”. 

Guarda il video dell’intervista alla presidente della Fondazione Progetto Itaca Felicia Giagnotti

Grazie a volontari che operano in 17 città, Progetto Itaca ha avviato diverse attività, per favorire la diagnosi precoce tra gli adolescenti. “Il disturbo mentale inizia a manifestarsi in giovane età ed è lì che va individuato perché prima intervieni e meglio agisci”, precisa Giagnotti. Per questo dal 2001 abbiamo avviato un progetto per portare psicologi e psichiatri nelle scuole superiori, raggiungendo oltre di 10.000 studenti e ora abbiamo deciso di allargare la formazione a insegnanti e genitori, per aiutarli a gestire questo tipo di difficoltà”. 

L’attività di questa organizzazione e di tante altre che operano sul territorio sono una delle più belle eredità della 180. “Siamo figli dell’intuizione di Basaglia che ha visto la persona oltre il paziente. Cerchiamo di creare nella società quel cambiamento di mentalità che consiste nel far capire che quella mentale è una malattia come altre, va curata e prevenuta”.

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Dal chiedere aiuto al dare aiuto

“Non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione”. Franco Basaglia

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Il Museo della Mente, un luogo del presente

Museo multimediale della Mente

Museo multimediale della Mente – RIPRODUZIONE RISERVATA

Inaugurato dal re Vittorio Emanuele III e immerso in un parco monumentale di 270 mila metri quadrati il Santa Maria della Pietà, a Roma, è stato uno dei manicomi più grandi d’Europa. Il villaggio dei matti di Monte Mario arrivò ad ospitare contemporaneamente fino a 3000 internati in 37 padiglioni, divisi tra agitati, semi agitati, tranquilli, suicidi, cronici, pericolosi.

Oggi è uno spazio pubblico, punto di riferimento dei cittadini del quartiere e luogo simbolo, dove le persone vengono a passeggiare, a correre, e anche a sbrigare pratiche burocratiche nelle sedi del municipio e della ASL Roma 1 . “Mi ero da poco laureato e ho iniziato a lavorare qui nel 1981, quando il manicomio ufficialmente era chiuso per effetto della Legge 180 ma c’erano ancora più di 1000 malati internati, che da decenni non erano più stati a contatto con il mondo esterno, molti erano legati e non avevano un tessuto familiare in cui poter tornare”. A raccontarlo è Pompeo Martelli, direttore del Museo Laboratorio della Menteoggi ospitato in uno di padiglioni del comprensorio, dove sono in corso importanti lavori di riqualificazione nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

“Erano anni difficili e complicati, di una transizione complessa, tanto che gli ultimi pazienti del Santa Maria della Pietà sono usciti nel 1999, anno in cui ne è stata decretata la chiusura definitiva. “Di fatto – spiega Martelli – è stato un luogo di non cura. Era un luogo di abbandono e forte deprivazione della soggettività umana, in cui finivano anche bambini agitati o difficili da gestire. Anche al Santa Maria della Pietà c’erano reparti per l’infanzia”. Chi, in genere perché obbligato dai genitori, dal marito o dalla società, ne varcava la soglia, andava incontro a una progressiva perdita dell’identità, oltre che della dignità. “Non c’erano oggetti personali, anche gli occhiali da vista venivano tolti, perché potevano diventare un oggetto pericoloso”.  

La logica del manicomio non era solo dettata dalle mura, ma dalle relazioni che si creavano dentro: “ciò significa – spiega Martelli – che quello che non succede più al Santa Maria della Pietà può succedere fuori. Laddove c’è perdita di identità e dignità, c’è una logica manicomiale. Basti pensare ai Centri di permanenza per i rimpatri (CPR) per gli stranieri, allo stesso modello carcerario, o ad alcune Residenze sanitarie per anziani non autosufficienti, dove le forze dell’ordine spesso scoprono maltrattamenti e umiliazioni. La logica manicomiale non è morta, è un rischio dietro l’angolo, può ripresentarsi in forme nuove”.

Per questo ha senso andare a visitare il Museo Laboratorio della Mente, un patrimonio della cittadinanza, dove sono in corso lavori di ristrutturazione dell’edifico con l’ampliamento del percorso espositivo in collaborazione con gli artisti di Studio Azzurro. “Dal 2008 a oggi centinaia di migliaia di visitatori, tra cui tantissimi studenti da tutta Italia, sono venuti in visita. Non è però solo luogo della memoria, ma una chiave per guardare il presente. Il percorso museale che stiamo realizzando – conclude Martelli – non si fermerà alla chiusura del manicomio ma aprirà molte finestre sulla salute mentale oggi, un museo di narrazione con diversi portati di storie, allestimenti interattivi e multimediali per formare e informare, per rendere la comunità un corpo curante. Per attualizzare la storia con storie del presente”.

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Fonte: Ansa.it

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