“Le scarpe dei matti”, in un libro la storia del disagio psichiatrico

di Massimo Romano

Il disagio psichiatrico affligge 850mila persone all’anno. Eppure, nonostante sia tutt’altro che un fenomeno di nicchia, la media di spesa sanitaria nel settore si ferma, almeno in Campania, al 2 per cento. I malati mentali, i “matti”, sono ancora oggetto di discriminazione sociale, considerati pericolosi e quinti da contenere e tenere lontani dalle persone “normali”. Antonio Esposito, giornalista, scrittore e ricercatore indipendente ha cercato di ricostruire come la cura delle patologie mentali è cambiata dal 1904 a oggi e ha pubblicato il libro ‘Le scarpe dei matti’. 

“Il titolo – spiega Esposito, ospite della rubrica NapoliTalk – nasce da una scoperta fatta qualche anno fa nell’ex manicomio di Aversa, quando furono trovate centinaia di scarpe, scucite e spaiate, appartenenti agli ‘ospiti’ di quella struttura. Da questo episodio è nata l’esigenza di tirare le fila di quanto accaduto in oltre un secondo di storia. Il punto di svolta è sicuramente la legge Basaglia e la chiusura dei manicomi. Però, per vederli chiusi davvero questi istituti, abbiamo dovuto attendere 25 anni”. 

Ma se la legge ha chiuso i manicomi, sono tutt’altro che sparite le pratiche manicomiali: “Purtroppo, l’ottanta per cento dei reparti psichiatrici tratta queste patologie attraverso la contenzione fisica e quella farmacologica. Con il welfare allo sfascio, mancano politiche che permettano il reinserimento dei pazienti nella società. Questo comporta una graduale esclusione, un isolamento di cui soffrono anche i familiari. Ci sono esperienze, anche in Campania, che dimostrano come i trattamenti alternativi e il reinserimento sociale siano più efficaci e meno gravosi per lo Stato”.  

Oggi alle 18:30, in via Porta di Massa 1, a Napoli, si presenta il volume di Antonio Esposito ”Le scarpe dei matti. Pratiche discorsive, normative e dispositivi psichiatrici in Italia (1904-2019)”, ad est dell’equatore.

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Di seguito il link all’articolo che include un video dell’autore, di cui seguono alcuni passaggi.

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Antonio Esposito:
«Oggi si ha sicuramente una disperata medicalizzazione della sofferenza psichica, si interviene quasi esclusivamente per placare il sintomo. I servizi territoriali sono, di fronte allo smantellamento complessivo del welfare, in uno stato drammatico: quindi spesso le persone che hanno una sofferenza psichica vivono nell’abbandono delle loro case; spesso si creano piccoli manicomi domestici, nel senso che c’è un abbandono totale e un isolamento, e le famiglie sono costrette a vivere quasi da sole questa situazione. E oltre a questo il problema è il dopo, cioè: dopo questo primo intervento, in che modo c’è la cura della persona con sofferenza psichica? In che modo la si aiuta a reinserirsi nella società? […]Oggi purtroppo ci sono nuove forme di stigmatizzazione, ancora molto violente, ancora molto pregnanti, che ancora isolano le persone con sofferenza, che ancora portano un marchio di vergogna sulla sofferenza psichica. Eppure stiamo parlando di una realtà che coinvolge ogni anno in Italia oltre 850.000 persone. Oggi sicuramente le sofferenze psichiche coinvolgono moltissimo i giovani, i ragazzi. Ci sono nuove fasce di esclusione che sono soprattutto quelle dei migranti, dei più poveri, che sono anche quelle a maggior rischio di sofferenza psichica. […] Chiaramente anche in questo lavoro c’è tutto il tema della contenzione fisica. È una pratica di contenzione che è utilizzata in quasi tutti gli SPDC in Italia. In oltre l’80% dei reparti psichiatrici degli ospedali pubblici italiani le persone sono legate ai letti: una pratica disumana e degradante».

Fonte: Napolitoday, Facebook

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