Se l’Italia torna a costruire manicomi (in Africa)

disegno di cyop&kaf

Una cittadella psichiatrica che potrà ospitare fino a seicento pazienti su un’area collinare di 172 mila metri quadri nella periferia di Nairobi. È il Kenya International Mental Wellness Hospital, progetto promosso dal Gruppo Ospedaliero San Donato e da Gksd Investment Holding Group. La posa della prima pietra di questa “eccellenza italiana” è avvenuta qualche giorno fa alla presenza del management dei due gruppi imprenditoriali, del presidente della Repubblica del Kenya, Uhuru Kenyatta, con diversi ministri del suo governo, e del nostro ministro degli esteri Luigi Di Maio. Il Gruppo San Donato è “il primo gruppo ospedaliero privato italiano”, con un fatturato che si attesta sul miliardo e seicento milioni di euro. A presiedere il Gruppo è l’avvocato Angelino Alfano, dopo una decennale carriera politica che lo ha visto ricoprire tra le altre, la carica di ministro degli affari esteri, degli interni e della giustizia.

Secondo il comunicato stampa pubblicato sul portale del Gruppo San Donato “il nuovo polo per la cura delle malattie mentali, per la cui realizzazione sono previsti tre anni, è frutto di un confronto continuo tra lo staff di Gruppo San Donato e quello dell’attuale ospedale psichiatrico di Nairobi.  L’ospedale […] sarà anche un hub di riferimento per l’Africa centro orientale”. Secondo il vicepresidente del Gruppo San Donato “stiamo creando una struttura moderna per la cura delle malattie psichiatriche che stanno diventando un problema sempre più diffuso in una società come quella keniota e in generale africana, che negli ultimi anni è passata da rurale a urbana […], si presentano nuove problematiche di salute, tipiche della vita cittadina, quali i disturbi mentali legati all’ansia, depressione e dipendenze”.

Per le dimensioni, il numero di posti letto, le finalità, la sua stessa strutturazione, questo progetto di cittadella psichiatrica sembra solo il nome elegante dato al mai compianto manicomio: le strutture asilari, infatti, andranno a costituire vere e proprie “città dei matti”, con decine di edifici su migliaia di metri quadri destinati a internare centinaia di pazienti provenienti da aree geografiche diverse (comportando una “deportazione” dei “folli”).

In omaggio alla modernità, immaginiamo che questa nuova struttura, quando sarà completata, come tutte le strutture neo-manicomiali oggi sparse per il mondo, presenterà il lindore e l’asetticità di una clinica. Tuttavia, è forse necessario ricordarlo, non sono la sporcizia, il decadimento, il degrado (pure tipici di molte strutture asilari) a fare l’asilo psichiatrico. Il manicomio ha le sue fondamenta nel dispositivo di internamento con il quale si sottrae la libertà personale dei “malati” in nome della protezione sociale, in una sovrapposizione ambivalente tra cura e custodia, protezione e sanzione.

Nel corso delle Conferenze Brasiliane, comparando la sua esperienza in carcere con il primo ingresso in un manicomio, Franco Basaglia affermava: «Quando sono entrato per la prima volta in un carcere ero studente di medicina. Lottavo contro il fascismo e sono stato incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi sono trovato a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. C’era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia mentre si dissezionano i cadaveri. Tredici anni dopo la laurea sono diventato direttore di un manicomio e quando vi sono entrato per la prima volta ho avuto quella medesima sensazione. Non c’era odore di merda ma c’era come un odore simbolico di merda. Ho avuto la certezza che quella era un’istituzione completamente assurda».

In fondo, proprio da questa sensazione e da questa certezza (non solo di Basaglia) nascono, tra gli anni Sessanta e Settanta, le tante e diverse esperienze che, in tutta Italia, metteranno in discussione l’istituzione asilare, fino a determinarne il superamento sancito con la legge 180 del 1978.

Tuttavia, è sopravvissuto un “fascino indiscreto” del manicomio, un insieme di teorie, prassi e luoghi che ripropongono in forme sempre diverse l’ideologia, la weltanschauung asilare dell’intervento psichiatrico. Così, anche in Italia, sono sopravvissute “scatole contenitive”, luoghi di internamento in cui si baratta la cura con la custodia, destinati a quanti, donne e uomini, anziani, giovani e giovanissimi, sono categorizzati come anormali, devianti, improduttivi e per questo espulsi dall’insieme sociale.

Certo, a parte alcuni casi limite di residenze assistenziali o ex Opg riconvertiti a Rems come Castiglione delle Stiviere (e altre strutture che pure si stanno costruendo), non si ha più quel gigantismo architettonico tipico del vecchio manicomio, un vero e proprio “orizzonte morale” che, per Robert Castel, assumeva il ruolo di guardiano sulle frontiere tra ragione e follia. Il progetto kenyota di matrice italiana, invece, sembra riappropriarsi anche di quest’ultimo aspetto, realizzando un palese tradimento dell’impostazione territoriale delle politiche di salute mentale che, nate in Italia, sono state fatte proprie dalla comunità internazionale. In questa direzione va anche la missiva di denuncia inviata dalle associazioni riunite nel Coordinamento nazionale salute mentale al premier Draghi e al ministero della salute, fino a oggi rimasti silenti.

Certo, ci si può anche chiedere se le ragioni di questa complessa operazione non vadano oltre i confini della mera questione psichiatrica. Sembrano essere un indizio in tal senso la presenza del ministro degli esteri del governo italiano e le dichiarazioni di Kamel Ghribi, vicepresidente del Gruppo San Donato, una carriera iniziata come petroliere e proseguita nel campo della finanza in Svizzera, dove fonda la GK Investment con sede a Lugano, approdato poi ai vertici della holding lombarda della sanità privata di proprietà della famiglia Rotelli. Per Ghribi «possiamo costruire una collaborazione concreta tra Italia e Kenya ma anche tra Europa e Africa, contribuendo anche al miglioramento delle relazioni internazionali». È notizia pubblica che proprio in Kenya, in una zona contesa con la Somalia, l’Eni sia impegnata in esplorazioni di petrolio e gas. Certo, Nairobi può essere il crocevia di molti interessi. Magari, invece, la questione è più semplice, ovvero non vi sono scenari “da dietro le quinte”, e questa “cittadella psichiatrica” altro non è che un tassello della strategia internazionale di una impresa della sanità privata che decide di ampliare il proprio mercato. Non abbiamo elementi per dire quale sia la tesi più fondata, né forse cambierebbe il nostro giudizio. Ci apprestiamo a esportare “il modello manicomiale”, esibendo, in questo scambio di affari e di imprese di sapore vagamente coloniale, cose vecchie con il vestito nuovo, mortificando quarant’anni di faticose conquiste. Tra l’altro, con il rischio concreto che ciò che oggi esportiamo presto o tardi ci torni indietro.

(dario stefano dell’aquila / antonio esposito)

Fonte: NapoliMonitor

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