La psicologia e la psicoterapia negata: rapporto dalle periferie della pratica clinica

Copertina del saggio

Di Edgardo Reali

Vi proporrò tre temi che ritengo centrali da operatore della salute mentale, psicoterapeuta, che molto spesso svolge e articola il proprio lavoro di psicoterapia al di fuori del ‘setting clinico’ classico. E lo fa per ragioni di sanità pubblica. Per ragioni etiche. Per rispondere ad una sofferenza che altresì non troverebbe ascolto, non troverebbe spazio. Per prevenire emergenze e danni maggiori e orientare alle cure. Per prendersi cura di sé e del dolore che l’ha investito. Perché dietro il professionista, c’è sempre una persona.

E nel fare questo, vede che la propria professione potrebbe avere ben altro impatto, se spogliata da idee e pre-concetti imposti da abitudini e comportamenti che poco hanno a che fare con il proprio campo di intervento e oggetto di studio e molto con il senso comune, con l’ideologia, e le mode del momento, di una società sempre presente, eppur data per scontata. Società spesso negata nella riflessione dei clinici, che vivono nella propria bolla socio-economicamente determinata, senza interrogarsi troppo, perché hanno già tutte le possibili risposte nei propri manuali d’intervento.

Tuttavia, la realtà è terribilmente più complessa. E spesso sfugge, acceca, quando supera le griglie astratte del manuale diagnostico descrittivo.

E quando la realtà irrompe nel cosiddetto setting clinico, nello studio dello psicoterapeuta, il professionista ha due possibilità per proteggersi dalla violenza di questa irruzione non desiderata: chiudersi nella propria bolla cognitiva, nella propria ideologia, è valutare quello che accade prendendone distanza, come un ‘esso’, un ‘oggetto’, sempre all’interno della propria griglia concettuale. Oppure aprirsi, incontrare l’altro al di fuori della propria bolla, come un ‘tu’, come una persona che vive quella stessa realtà a cui tutti apparteniamo, e comportarsi di conseguenza, proteggendosi e prendendosi cura di quella richiesta d’aiuto, nella consapevolezza dei propri limiti come professionista e cittadino.

Per leggere il saggio clicca qui

Nel primo caso, il professionista produrrà ‘psicoterapismo’, ossia utilizzerà la propria conoscenza e il proprio potere per proteggere se stesso, producendo idee volte a preservare la propria professionalità e a descrivere l’abnorme incontrato. Produrrà etichette diagnostiche per quelle persone, che quel setting non lo reggono e per le quali la psicoterapia tradizionale non funziona. Per nascondere la propria impotenza pratica come tecnico e professionista, redigerà descrizioni dettagliate e spaventose sulla gravità del disturbo incontrato.

Nel secondo caso, diversamente, si aprirà alla complessità, e nello svelamento dei propri, inevitabili, limiti professionali, avrà la possibilità di riconoscere quello che sta accadendo e ripensare, attraverso le proprie competenze, il proprio ruolo, il proprio intervento, le necessarie collaborazioni per un problema talmente grande, da richiedere risorse che solo una collettività, coordinata e collaborativa, può trovare. E le sue competenze psicoterapiche agiranno in ambiti diversi, supportando e informando gli aspetti organizzativi di una rete di persone che si coordina per raggiungere uno stesso obiettivo.

Perché i limiti più grandi della psicoterapia, al di là dei discorsi ‘tecnici’ che si possono fare su questa disciplina, sono determinati da fattori extra-clinici (le diseguaglianze sociali, le determinanti sociali di salute) come l’insostenibilità economica di un determinato intervento o dalla rigidità dell’apparato concettuale che guida il professionista, griglia interpretativa che scarica sul singolo, affetto da disturbo grave, l’impossibilità di accedere ad un percorso di cura adeguato. Quando forse, è proprio il percorso proposto ad essere inadeguato, non individualizzato, sulle esigenze e i bisogni reali del singolo cittadino.

Perché la salute, non c’è niente da fare, ‘costa’, soprattutto se su di essa non ci sono mai veri e propri investimenti, ossia attività che agiscono sulle cause reali di un malessere, troppo spesso ignorate dai cosiddetti ‘clinici’. Cause presenti in una società che andrebbe re-inventata.

LA REALTÀ NEGATA DALLA PSICOLOGIA: SUPERARE UN NATURALISMO NON PIÙ SOSTENIBILE

Psicoterapeuti e psicologi troppo spesso sono stati formati e addestrati per non percepire la realtà sociale in cui operano, la cosiddetta società civile. E non sono ben consapevoli dell’origine filosofica, epistemologica e metodologica degli stessi concetti che usano.

Parlano di ‘mente’ come se fosse un oggetto osservabile, che sta lì, evidente. Parlano di ‘io’ come se fosse una cosa, che ha addirittura delle qualità intrinseche. Fin qui, niente di male, ma se ciò porta a dimenticare che dietro questi concetti ci sono delle persone in carne ed ossa, che vivono in un determinato contesto di vita concreto, inevitabilmente diviene un approccio potenzialmente ‘iatrogeno’, che limita gravemente la comprensione dell’altro, da parte del clinico, e la possibilità di individualizzare veramente l’intervento, di articolarlo nella vita del paziente.

Negare la realtà in cui si opera vuol dire anche non interrogarsi abbastanza sull’utilità del proprio lavoro e/o su altre possibili azioni da intraprendere per affrontare un problema. Vuol dire ritenersi ‘neutrali’ rispetto alle cose del mondo, come se la propria professione non fosse parte integrante di quel sistema sociale e culturale in cui tutti siamo immersi.

E’ fondamentale trattare la psicoterapia – e la psicologia in generale – non come un ‘oggetto’, astratto, naturale, una cosa tra le cose, ma per quello che effettivamente è: un fenomeno storico. E per rispettare questo fenomeno nella sua storicità, ad esso non si può giungere attraverso idee e a priori astratti (ambiti tematici, costrutti), ma attraverso la ricostruzione narrativa del contesto socio- economico culturale in cui questo fenomeno si inserisce e nel riconoscimento delle pratiche effettive che promuovono la sua esistenza concreta, pratica e reale (vedi: Conti V, Arciero A, (2021), Percorsi di cura. Psicoterapia fenomenologica e psicoanalisi: l’impraticabile incontro. Editore Vita e Pensiero.).

A partire da questa consapevolezza, ci si rende conto che la psicoterapia non si svolge nel ‘vuoto’, ma è strettamente legata alla società che la genera: è un modo per prendersi cura della sofferenza, nato su determinati presupposti, in un determinato momento storico.

E il suo sguardo muta con il mutare di questo contesto.

Ad essere un fenomeno storico non è solo la psicoterapia, ma anche il disagio mentale che questa stessa disciplina intende curare. Cosa vuol dire tutto ciò? Che siamo di fronte a fenomeni in costante movimento, che cambiano di generazione in generazione. E questo cambiamento continuo sfida la capacità di categorizzazione dell’essere umano che sogna, per la propria stabilità mentale, una realtà fissa e immutabile, il cosiddetto mondo delle Idee.

Tuttavia, la realtà storica non è così. Sfugge, ma soprattutto ci espone alla singolarità delle esperienze (vedi: Arciero G, Bondolfi G, Mazzola V, (2021), Fondamenti di psicoterapia fenomenologica. Cura di sé e psicologia non razionalista. Bollati Boringhieri.). E al riconoscimento delle condizioni che hanno portato a quella singolarità. Dare voce a queste singolarità è la magia della psicoterapia, quando questo è possibile. Dare voce, ascoltare, essere liberi di parlare: questo rende il cosiddetto setting di cura, un posto veramente confortevole.

Perchè è confortevole avere una persona che ti ascolta per un’ora con tutta la sua attenzione. Addirittura prendendo appunti. E’ confortevole avere una persona che ti ricorda obiettivi, impegni presi, bisogni, desideri e ti aiuta a riconoscere e dare forma a quel marasma di sensazioni che stai provando o a sintomi inspiegabili di cui, per vergogna, non parli a nessuno.

E’ confortevole la privacy, nella società del giudizio e dell’iper-controllo, reciproco, sociale.

E’ confortevole parlare senza temere le conseguenze, anche solo emotive, di chi ascolta. Perché è confortevole confessarsi, senza peli sulla lingua, a se stessi e a qualcun altro: qualcuno di cui ci si può fidare, meglio se ritenuto importante, potente, quasi ‘sacro’, ossia ‘separato’ dalla comune quotidianità. Ci si lascia andare. Ci si fida. E, finalmente, ci si conosce, ascoltandosi mentre si parla.

Questo dispositivo, se utilizzato bene, può divenire un aiuto fondamentale per scegliere e autodeterminarsi. Può divenire il luogo dove rendere intelleggibili comportamenti, emozioni, azioni che altrimenti sarebbero difficili da ‘comprendere’.

Tuttavia, se la sofferenza è troppa, non è il dispositivo a cambiare per venire incontro alle effettive esigenze della persona, bensì, il dispositivo rimane rigido, immutabile, producendo esclusione sociale, alimentando discriminazioni, barriere economiche, espressive, culturali e potremmo continuare.

Proprio le persone più fragili, le persone che hanno più bisogno di un sostegno per l’autonomia, non vengono prese in carico. Come se, la difficoltà a stare seduto su un lettino o a utilizzare prevalentemente il canale verbale per esprimersi, in automatico rendesse le loro vite prive di senso e significato.

Ma i significati stanno lì in attesa di essere visti, sempre presenti nelle azioni ed emozioni che ci muovono, incarnati in storie che possono rimanere mute, ma sono evidenti in traiettorie biografiche che chiedono ascolto, cura, una direzione.

La vita è significativa anche quando non è accompagnata immediatamente dalla possibilità della parola. Proprio lì, dove il senso comune va più in difficoltà e la distanza di linguaggi si fa maggiore, la psicoterapia si ritrae. La ricerca di senso diminuisce. Di fronte all’incomprensibile, all’incommensurabile, il professionista si ritrae.

LA PSICOLOGIA E LA PSICOTERAPIA ‘NEGATA’: RAPPORTO DALLE PERIFERIE DELLA PRATICA CLINICA

Le persone non accedono alla psicoterapia essenzialmente per motivi di natura economica e per motivi di natura clinica. E’ troppo grave per una psicoterapia. Questa la sentenza che spesso spalanca le porte all’istituzionalizzazione. La psicoterapia è un posto confortevole per pochi. O meglio, trova pieno funzionamento per una determinata classe di persone con determinati tipi di problemi. Quando una situazione si fa complessa, la psicoterapia tradizionale, infatti, non può bastare e per la persona comincia il vuoto. Nessun aiutante per comprendere la propria singolarità.

La psicoterapia lì non interviene. Accecata dalla convinzione che le idee e i significati siano chiusi nella testa delle persone, non lavora per dare senso alle situazioni di vita. Eppure, tutte le situazioni, sono situazioni emotive. Situazioni che implicano, data l’emotività vissuta, un possibile orizzonte di azioni. La Psicoterapia, intesa come scienza dell’esperienza personale, può sicuramente dare un grande contributo nella comprensione di tutte le esperienze limite legate all’assistenza in situazione di malattia grave e/o disabilità.

Ma si ritrae. Non si prende cura dei cosiddetti ‘psichiatrici’ o di persone con disabilità intellettive. Per motivi economici (ed il disturbo personale, troppo grave) e/o per il poco prestigio professionale all’interno della nostra società nel farsi carico delle persone più fragili.

Come scrive Benedetto Saraceno: “la cura è azione pratica e affettiva al tempo stesso. Questa doppia natura richiede competenze pratiche e competenze affettive. Spesso i famigliari mancano delle prime e glioperatori sanitari delle seconde. Questa doppia natura della Cura costituisce in sostanza la sua complessità e la sua trasversalità nella vita di ognuno: una attività alta e profondamente umana poiché coniuga l’intimità segreta e privata dei corpi, la gentilezza e il rispetto per i viventi, le pratiche umili e quotidiane dell’accudimento ma anche la consapevolezza di non essere solamente solitari produttori di oblatività ma parti di una comunità umana e sociale fatta di solidarietà e di concreti sostegni istituzionali. La Cura è dunque un complesso atto bio-psico-socio-politico.” (La Cura, di Benedetto Saraceno, http://www.sossanita.org/archives/14846).

Politico? Riprendiamo un testo di Martha Nussbaum.

Quali potrebbero essere, dunque, le condizioni perché la cura venga incorporata nella nostra visione politica? Sembra necessario, innanzitutto, ripensare profondamente i nostri assunti sulla natura umana, riflettendo, in particolare su due concetti cruciali, dipendenza e autonomia”. Le pratiche della Cura costituiscono una immensa mole di lavoro che, tuttavia, “continua a essere svolto, di solito senza retribuzione e senza che venga pubblicamente riconosciuto come lavoro. Organizzarlo in modo da non sfruttare coloro che si prendono cura degli altri sembra essere un altro compito centrale di una società giusta. “Un tempo si era soliti ritenere che questo lavoro dovesse essere svolto da persone (soprattutto donne) che non erano cittadini a pieno titolo e che, comunque, non avevano bisogno di lavorare fuori casa. Alle donne non era chiesto se volessero farlo: era semplicemente il loro dovere, e si riteneva che lo svolgessero per scelta, per amore, anche se di solito avevano poche possibilità di decisione in merito” Nussbaum MC. Le nuove frontiere della giustizia. Bologna: Il Mulino, 2007. p.120.

La psicoterapia, liberata dal ‘setting tradizionale’, può lavorare in modo proficuo per dare senso, per rendere maggiormente comprensibili, situazioni di vita complesse. Per ricostruire biografie, storie, portatrici di un’emotività produttrice di ‘sintomi’. E dietro questi sintomi, rintracciare le tracce di una vita che chiede di avere ascolto per trovare un senso, un orizzonte (vedi Arciero G, Bondolfi G, Mazzola V, (2012), Sé, identità e stili di personalità. Bollati Boringhieri.). Dare la giusta importanza e dignità a chi si occupa di questi atti di cura di base, fondanti e fondamentali per poter arrivare alle cure specialistiche, fornire strumenti per arginare la sofferenza e aprire nuovi orizzonti per sopportare e superare le porte chiuse dalla malattia.

La psicoterapia, e la psicologia, può lavorare proficuamente nelle situazioni di crisi. Fianco a fianco alle persone più deliranti, aiutandole a rimanere ancorate, sintonizzate, alla realtà.

Può aiutare le persone a orientarsi nelle cure e a costruire progetti terapeutici individualizzati. Ad organizzarsi nel ‘prendersi cura’ per progetti di vita realmente ‘sensati’ per la persona.

Può aiutare a comprendere le ragioni di un’emotività, soprattutto quando c’è bisogno di comprendere azioni compiute e l’accesso alla parola è limitato per una malattia e/o una disabilità.

Tutto questo non viene fatto. Quando sono interventi che possono cambiare la vita di molte persone.
Non viene fatto perché la psicologia, e la psicoterapia, non si è resa consapevole del proprio possibile ruolo a livello di sistema sanitario nazionale. Ruolo potenzialmente centrale nella programmazione e realizzazione di interventi efficaci ed umani.

Un supporto faticoso, in cui bisogna cambiare il proprio contesto, le proprie posture, le proprie modalità di intervento. E questo costa. Si preferiscono risposte pre-formate. Prettamente assistenziali e supportive. Tuttavia, il ‘supportivo’ è un lavoro di serie b nella nostra società.

Non si punta sull’umano. Si somministrano test. Si ascoltano empaticamente storie. Stop. Provare a interpretare la vita delle persone, addirittura con l’obiettivo di cambiarle, non viene fatto, perché è troppo faticoso. Se non impossibile. Servirebbe una psicologia meno marginale. Una psicologia in grado di muovere risorse, sia umane che economiche.

SUPERARE LO PSICOTERAPISMO, PER UNA PSICOLOGIA DI BASE ORIENTATA AL WELFARE DI COMUNITÀ

Psicoterapismo è non mettere a tema che lo psicoterapeuta, come tutti gli operatori sanitari in un regime di libero mercato, guadagna sulla sofferenza delle persone e questo, in determinate circostanze, può influire ed avere un impatto su comportamenti, decisioni e scelte del clinico stesso. Portando lo psicoterapeuta in circoli viziosi e contraddizioni strutturali generate dal proprio ruolo sociale, su di cui, quindi, non ha alcun controllo.

Contraddizioni insite nella distanza tra l’essere un professionista ed essere un cittadino: psicoterapismo è negare queste contraddizioni e l’influenza del proprio ruolo sociale, con i suoi privilegi e le sue terribili contraddizioni, sul lavoro stesso di cura che si va a fare.

Scrive Basaglia «Noi neghiamo dialetticamente il nostro mandato sociale che ci richiederebbe di considerare il malato come un non-uomo e, negandolo, neghiamo il malato come non-uomo. Noi neghiamo la disumanizzazione del malato come risultato ultimo della malattia. […] Nel momento in cui neghiamo il nostro mandato sociale, noi neghiamo il malato come malato irrecuperabile e quindi il nostro ruolo di semplici carcerieri, tutori della tranquillità della società…».

L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico. A cura di Franco Basaglia. Einaudi, 1968

Nel caso di Basaglia, era l’istituzione, la realtà da negare. Nel caso dello Psicoterapeuta, attualmente lavoro per lo più svolto fuori dal Sistema sanitario Nazionale, è il setting classico la realtà da negare, quando la sofferenza che si presenta davanti a noi richiede una risposta più complessa e il setting, troppo rigido, diviene di per sé motivo di esclusione e discriminazione.

Serve uno sguardo più ampio che il semplice rapporto professionista-cliente non può prevedere.

In altre parole, serve una psicologia che abbia come orizzonte i problemi di sanità pubblica. E, con i propri strumenti, possa rivelarsi una disciplina decisiva per migliorare la salute mentale di tutti.

Per fare questo, oltre gli psicoterapismi vari, serve una psicologia maggiormente ancorata al reale per uscire dalla marginalità che si è auto-imposta, quando il proprio oggetto di interesse (il come si sente la persona) è proprio il cuore del prendersi cura in ogni ambito della salute.

Un prendersi cura che può sempre essere orientato dalla psicologia. Una psicologia in grado di avere potere nella cura. E per questo è indispensabile l’arte politica.

Politicizzare la clinica significa rendere esplicita, trasparente e manifesta la dimensione politica e collettiva che intrinsecamente e inevitabilmente caratterizza le esperienze umane di sofferenza e di cura nonché la responsabilità e il ruolo che ciascuno riveste nella creazione dell’esistente che condivide con altri/e.

E fondamentale mettere al centro le contraddizioni del lavoro di cura, contraddizioni insite nel nostro sistema sociale, e problematizzarle per trovare, inventare, nuove forme di aiuto e assistenza. Più umane, più efficaci. Non farlo, senza mettere in discussione pose, posture, i propri interessi materiali, le proprie rigidità e abitudini socio-culturalmente (ed economicamente) determinate, continuando a teorizzare l’incurabilità dell’abnorme, significa ‘naturalizzare’ lo status quo.

Significa rinunciare ad un approccio realmente scientifico, neutrale e aperto, in cui si mette veramente in gioco il proprio corpus di conoscenze. E’ naturalizzare il disagio diviene il modo di adombrare le dinamiche sociali effettive che rendono e trasformano un problema di salute in un’emergenza sanitaria vera e propria. Significa far cadere tutto nell’oblio, cristallizzare la sofferenza, contribuendo atti- vamente a mantenere lo status quo che la genera.

Significa dimenticare la contraddizione del nostro doppio ruolo, come tecnici e come cittadini di una comunità più ampia, in cui io e il ‘paziente’, in realtà, nella comune appartenenza alla medesima società, ci diamo identità l’un l’altro.

D’altra parte, uno psicoterapeuta senza pazienti, rimane tale? E il suo bisogno di pazienti, per campare, può essere detto? O è meglio far finta di niente?

Eppure superare i tabù imposti dalla società, è un atto fondamentale per un buon esame di realtà. Partire dal ‘contratto terapeutico’ scritto, dichiarare il rapporto terapeutico in modo chiaro e trasparente, che lega una persona in cura al proprio curante, ricordando i propri limiti e l’orizzonte delle pratiche possibili, è il primo passo per riconoscersi come pari e poter cominciare a lavorare in modo efficace. Senza che il gioco del mondo ci trasporti in una in-autenticità che fa male alla persona e al clinico, producendo una sofferenza generata da continue, e non dette, dinamiche sociali.

In questo passaggio, la psicologia, e la psicoterapia, potrebbero fare un grande passo in avanti per uscire dalla marginalità e rivendicare l’importanza di un lavoro, la ricerca di senso individuale, sempre più indispensabile per affrontare una realtà così complessa e difficile, che richiede risposte sostenibili, anche economicamente.

Come afferma Basaglia (2000), “nel momento in cui io porto una persona a pren- dere coscienza delle contraddizioni in cui vive, non sto facendo un’azione tecnica ma politica. È vero però che io esplico così anche il mio essere psichiatra”. Vale esattamente lo stesso, o forse di più, per ciascuno psicoterapeuta.

D’altra parte, dietro ogni teoria e formulazione teorica c’è un comunità concreta di ricercatori, studiosi, scienziati con un determinato background culturale, fatto di aspettative, convinzioni sul mondo, vissuti che influenzano la propria prospettiva sul mondo, spesso in modo irrazionale.

Questo vale, ovviamente, anche per la psicologia.

Come aveva già sottolineato Binswanger tanti anni fa: “Se c’è una cosa che va fatta in modo antropologico, questa cosa è proprio la fondazione della psicologia”.

Buona lettura!

Fonte: Radio32.net

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.