Salute mentale e recovery plan, tra bisogni reali e assalti alla diligenza

di Antonio Esposito

Il Covid, tra le diverse questioni, ha mostrato le debolezze di un modello socio-sanitario che, nel tempo, ha depauperato servizi e interventi territoriali, cancellato o cannibalizzato in una sfera meramente sanitaria l’intervento sociale, si è strutturato intorno al concetto di “posto letto”. Un intervento che riduce la persona sofferente a organo malato, la depriva della sua biografia e della sua socialità, struttura nuovi dispositivi di internamento per la popolazione anziana, le persone con disabilità fisica e psichica, con sofferenza mentale, con dipendenze. Questioni che diventano dirimenti per l’universo della salute mentale, tra l’altro, uno degli ambiti dove meno si è investito in questi anni, soprattutto in alcune regioni, tra cui la Campania, determinando macroscopiche differenze territoriali che minano l’universalità del diritto alla salute come sancito dalla Costituzione.

A fronte dei fondi che arriveranno dall’Europa per il “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, le diverse associazioni di categoria, sempre più frequentemente, avanzano per il comparto “salute mentale” richieste di rafforzamento strumentale e nuove assunzioni, a volte anche lanciando veri e propri allarmi che, in verità, rischiano di risuonare un po’ strumentali. Se è evidente la necessità di nuovi interventi volti a rafforzare il sistema di presa in carico e cura, tuttavia, la questione a monte resta quella di definire quale sia il modello da strutturare e attraverso quali priorità. Non ci sembra che aprire ulteriormente la sanità ai privati (come proposto dal Garante nazionale per la concorrenza), o definire l’ammodernamento del parco macchine dei servizi quale priorità (come sostenuto dalla Società italiana di psichiatria), o ancora chiedere nuove e corpose assunzioni di psicologi e tecnici della riabilitazione psichiatrica, siano interventi volti alla concretizzazione dei diritti di cura e piena cittadinanza sociale delle persone che vivono la sofferenza mentale.

Piuttosto, ribadendo che la stella polare di qualsiasi intervento di merito dovrebbe restare l’universo di principi e valori sanciti dalla Legge 180 e dalla Convenzione per i diritti delle persone con disabilità, si avverte la necessità di costruire una salute mentale di comunità, nella quale si agisca, prioritariamente, per garantire il più alto livello di autonomia possibile per ciascuna persona, si dismettano le forme di internamento e si costruiscano soluzioni possibili di vita indipendente, si individuino percorsi di reale reinserimento sociale e lavorativo, si strutturino processi di paritaria interrelazione (anche istituzionale) tra il sociale e sanitario. Ancora, che si sostengano (a partire dal momento della formazione universitaria e nei servizi) modelli teorici e di intervento integrato bio-psico-sociale, volti a superare l’approccio organicistico-riduzionista oggi imperante, a evitare lo scadimento dell’intervento psichiatrico nel silenziamento farmacologico del sintomo, a escludere il ricorso alla contenzione (meccanica, chimica e ambientale) come mezzo terapeutico. Modelli di cura, quindi, capaci di una presa in carico globale della persona, con le sue fragilità ma anche con tutte le abilità e potenzialità che comunque esprime o può esprimere nell’ambiente sociale.

Per trasformare questi propositi in agire pratico, gli investimenti che verranno dovrebbero allora essere utilizzati per rafforzare la qualità dei centri di salute mentale, rendendoli ospitali e aperti sulle ventiquattro ore, parte integrante di un sistema socio-sanitario territoriale, capaci di accogliere anche i casi di crisi evitando quanto più possibile l’ospedalizzazione; si dovrebbe lavorare per la piena integrazione dei reparti di diagnosi e cura all’interno dei servizi di salute mentale e degli stessi ospedali, mettendo al bando porte chiuse e contenzioni, utilizzo di luoghi separati, scadimento dei diritti; si dovrebbe garantire una formazione continua di tutti gli operatori, sanitari e sociali, ma anche delle forze di polizia coinvolte nell’esecuzione dei trattamenti sanitari obbligatori (per i quali è necessario ridefinire e rafforzare l’ambito delle garanzie oggetto di un preoccupante scadimento burocratico); si dovrebbero rivitalizzare ruolo e funzioni delle consulte dipartimentali di familiari e utenti, oggi del tutto assenti, come a Napoli, o ridotte, altrove, a mera formalità; si dovrebbero sostenere progetti di abitare assistito che puntino a superare il modello della grande residenzialità sia pubblica (come la struttura inaugurata dall’Asl ad Arzano pochi mesi fa) sia privata, che tra l’altro, come dimostra l’inchiesta sul Dipartimento di salute mentale di Caserta, contribuiscono a determinare forme di grave corruttela e illegalità diffusa. Ancora, si dovrebbe rafforzare ed estendere l’utilizzo di strumenti come i budget di salute che puntano su progetti personalizzati lavorando sulla casa, la socialità e il lavoro; si dovrebbero modificare i parametri che determinano i livelli essenziali di assistenza; si dovrebbe ridefinire il ruolo del privato sociale cooperativo contrastando il modello dei grandi consorzi/contenitori che creano monopoli dell’assistenza; si dovrebbe garantire nei servizi l’effettiva presenza di équipe multidisciplinari, così da rafforzare anche gli interventi di una sfera socio-educativa sempre più trascurata; si dovrebbe lavorare sulla prevenzione che, come la intendeva Basaglia, si definisce quale necessità di supportare la sofferenza lì dove nasce, nei luoghi di lavoro, a scuola, in famiglia, riportando “il sociale” nella medicina.

Ancora tanti interventi si potrebbero individuare, ma, soprattutto, sarebbe necessario definirli attraverso un forte dibattito pubblico che riesca a superare lo “specialismo psi”, garantendo la reale partecipazione di più ampi settori sociali, innanzitutto di chi vive in prima persona la sofferenza mentale. Ponendo un tema che richiederebbe il coraggio della lotta e l’ambizione della radicalità, si dovrebbe andare al di là delle petulanti questue portate avanti dalle diverse consorterie alla politica (che poi sottendono nient’altro che lobbistici assalti alla diligenza dei fondi europei), e provare a fare della salute mentale un tema centrale della politica, dell’agire pubblico, della democrazia.

Fonte: napoliMONiTOR

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