Tanti fronti aperti sulla salute mentale

Lo scorso 10 ottobre si è celebrata la Giornata mondiale della salute mentale, istituita nel 1992 su iniziativa di Richard Hunter che all’epoca era vicesegretario generale della Federazione mondiale per la salute mentale, un’organizzazione non governativa che ha tra le sue finalità la prevenzione di disordini psichici, il loro trattamento e la cura, la promozione della salute mentale. A ogni anno corrisponde un tema, e quello del 2021 è “Salute mentale in un mondo ineguale” a sottolineare che l’accesso alle cure, la presa in carico e le terapie hanno modalità diverse a seconda dello spazio geografico nel quale si collocano.

E ancor di più tutto questo è importante capire che anche l’espressione di un bisogno, in questo caso legato alla fragilità mentale, possa essere talvolta complessa e perché questo accada non serve spingersi in zone desolate del mondo dove si immagina – ma non è detto – che ci siano pregiudizi e si generi stigma, ma basta guardare vicino a noi, o dentro di noi, per comprendere come esternare certe necessità sia talvolta molto difficile. Sottolineare l’inegualità del mondo rimane però fondamentale per quanto riguarda l’aspetto della cura, di cui si diceva sopra, che la pandemia da Covid ci ha obbligato a considerare nella sua complessità, evidenziando ancora una volta come il diritto alla salute non sia universalmente valido. Un sondaggio Ipsos condotto in trenta paesi ha rilevato che circa l’80 per cento degli intervistati ritiene che la salute mentale e quella fisica siano ugualmente importanti rispetto al benessere personale, e sono perlopiù le donne (con il 58 per cento) a essere più coinvolte dal tema.

Rispetto alla fascia d’età, il 61 per cento degli under 35 pensa al proprio benessere mentale molto o abbastanza spesso rispetto al 42 per cento degli over 50. E ancora la salute mentale è considerata il primo problema sanitario in Svezia (63 per cento) e in Cile (59 per cento). Invece, rappresenta una preoccupazione minore soprattutto in Giappone (9 per cento), Messico (11 per cento), Francia (12 per cento) e Arabia Saudita (14 per cento). Un argomento al centro della questione pubblica dunque, e politica. A tal proposito, il nostro paese ospiterà nel 2022 il Summit globale sulla salute mentale, come ha annunciato il ministro della Salute Roberto Speranza, ed è auspicabile che proprio perché quello alla salute non dovrebbe essere un diritto negoziabile, se ne parli in maniera onnicomprensiva. In Italia, nello specifico, si contano circa diciotto milioni di persone che soffrono di disturbi mentali, ma si tratta probabilmente di una cifra sottostimata e che non considera il sommerso, ovvero quella fascia di popolazione che pur avendone bisogno non ha, per vari motivi e contingenze, le possibilità di avviare un percorso di cura. E si tratta di una cifra che comprende diversi disturbi. Prendendo in considerazione la schizofrenia, per esempio, l’Italia rileva duecentocinquantamila persone prese in carico dai servizi di salute mentale per i quali è fondamentale avviare dei percorsi che ne permettano la riabilitazione.

Parlando del Servizio sanitario nazionale, e rimanendo in ambito di schizofrenia, si apre anche un altro fronte, che è quello relativo ai costi: si rileva infatti che il costo economico a carico del Servizio sanitario nazionale sia di un miliardo e duecentocinquantamila euro. Oltre ai costi diretti bisogna considerare anche quelli indiretti, come fa notare Francesco Saverio Mennini, professore di Economia sanitaria e Economia politica presso l’università degli studi di Tor Vergata di Roma, che sottolinea come i disturbi psichiatrici impattino notevolmente dal punto di vista economico perché vanno a gravare sui nuclei famigliari all’interno dei quali sono inserite le persone che ne soffrono, sul sistema previdenziale e naturalmente, a cascata, sul prodotto interno lordo. I costi indiretti nel caso della schizofrenia – fa notare Mennini – sono superiori a quelli diretti e arrivano a toccare il miliardo e mezzo di euro.

Nel caso dei disturbi psichiatrici si assiste spesso a una persistenza lifetime, il che significa che chi ne soffre mantiene per tutta la vita le caratteristiche che ne possono impedire per esempio la regolarità lavorativa oltre che lo svolgimento di tipiche azioni quotidiane. Questo dato, che può far paura, è in realtà anche un dato positivo perché racconta la funzionalità di un Servizio sanitario nazionale e, soprattutto, di un sistema previdenziale che funzionano, dall’altra parte però impone necessariamente una riflessione su quanto siano necessari nuovi percorsi di presa in carico affinché le persone possano contare su un accesso precoce ai trattamenti così da ottenere una buona qualità della vita. Come? Ad esempio grazie alle terapie domiciliari e territoriali che garantiscono un miglior percorso di cura rispetto a una condizione di ricovero, e che allo stesso tempo sgravino il sistema (sanitario e sociale) da costi importanti.

Fonte: IL FOGLIO

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