Vanni Pecchioli e i suoi progetti

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di Girolamo Digilio
di Girolamo Digilio

Da qualche giorno la cara figura di Vanni Pecchioli aleggia nella mia casa e mi parla, con il suo sobrio e significativo linguaggio, nell’imperscrutabile e sacrale silenzio della sua voce.

La sua stessa postura fisica era addirittura più eloquente delle parole dette, ancora presenti e vibranti nella sala nella quale tante volte ci siamo riuniti in pochissimi: Io condivido, Progetto obiettivo sociale, Impresa sociale, Formazione professionale, Co-progettazione, Co-programmazione, parole e idee apparentemente generiche e fredde, ma in realtà piene di contenuti di solidarietà umana che hanno trovato nel tempo una sempre più dettagliata e concreta definizione superando, spesso, la diffidenza e lo scetticismo di molti. E che tuttavia sono diventate, sia pure in forme talvolta poco coordinate fra di loro, oggetto concreto e spesso rilevante di sperimentazione e di realizzazione.

C’erano con noi Giusi Gabriele, Quinto Carabini, Carlo Volpi, Guido Missoni, Maurizio Marotta, Marinella Cornacchia, Ilario Volpi, Anna Maria De Angelis, Mario Danis De Luca, ed altri, persone ritrovate poi infinite volte in altre occasioni istituzionali o associative. Avevamo inoltre un ininterrotto colloquio con Maria Teresa Milani, referente di Cittadinanzattiva e con Daniela Pezzi, referente della Caritas Roma. Il nostro lavoro è stato sempre piuttosto intenso, nella consapevolezza della importanza degli obiettivi e delle resistenze, palesi e nascoste, fortemente radicate anche fra i famigliari, che tuttavia non ci impedirono di ottenere in quegli anni alcuni risultati di cui solo oggi siamo in grado di valutare la reale portata.

Vanni Pecchioli era una presenza discreta, ma significativa, nelle nostre riunioni, come nelle innumerevoli riunioni di persone, gruppi, associazioni, organi istituzionali, ecc., alle quali partecipava instancabilmente ogni giorno; una presenza discreta che lasciava però il segno di una parola, di un’idea, di un progetto. Si contraddistingueva per la sua riservatezza, per la pacatezza dei toni, anche quando esprimeva critiche severe che rappresentavano soltanto il risultato di un ragionamento e non l’espressione di preconcette ostilità o di gratuiti apprezzamenti sulle persone. Il rispetto della verità e il valore della condivisione delle idee e degli obiettivi erano le unità di misura alle quali egli costantemente si rapportava nell’esprimere idee o giudizi e nel concreto operare. Quando era necessario sapeva anche tacere.

Un impegno continuo e appassionato, il suo, teso a realizzare il “bene” nella presa in carico globale delle persone con sofferenza mentale, a migliorare i rapporti di collaborazione fra le persone, a introdurre innovazioni e cambiamenti reali nelle pratiche quotidiane della “cura” e, talora, anche provocazioni in grado di scuotere le coscienze e di stimolare riflessioni; un impegno che non sempre ha ottenuto, vuoi per resistenza al cambiamento, vuoi per mera disattenzione, tutto il successo che avrebbe meritato, ma che tuttavia ha diffuso conoscenze fondamentali nel campo della salute mentale, ha promosso e favorito la nascita e lo sviluppo di gruppi di pressione, ha contribuito, infine, a impedire la totale cancellazione della pratica dell’ascolto nel rapporto quotidiano con le persone con sofferenza mentale, pass-partout indispensabile per favorire la riconquista della dignità e dell’ autonomia del sofferente. La Cooperativa Sociale Conto alla Rovescia, il Centro Diurno Ornitorinco e il Parco Insieme di Settecamini sono state le sedi nelle quali si è sviluppato questo percorso di attenzione e di ascolto della persona che costituiva il fondamento di una nuova tutela della salute mentale. Un cammino iniziato negli anni ‘80 con Fausto Antonucci, allievo di Franco Basaglia e illuminato Direttore del DSM, con Giusi Gabriele, Tommaso Losavio, Luigi Attenasio, Renato Piccione ed altri allievi di Basaglia.

Grazie all’impegno di una schiera di operatori eccellenti della sanità e dei servizi sociali, della cooperazione e dell’impresa sociale e delle associazioni dei familiari, il sistema di “assistenza psichiatrica” viene a subire in quegli anni una profonda trasformazione assumendo, sia pure in presenza di gravi insufficienze e contraddizioni, i primi tratti di un vero “sistema di tutela della salute mentale”. Poté essere così compiuto a Roma, un formidabile percorso che portò non solo alla chiusura di uno dei più grandi manicomi d’Europa (dicembre 1999), ma anche alla realizzazione di un modello di presa in carico globale delle persone con sofferenza mentale e di reintegrazione nei loro diritti fondamentali, modello che va tuttora difeso ed ulteriormente sviluppato. In questo percorso Vanni Pecchioli fu un punto di riferimento sicuro ed equilibrato.

Un cammino lungo e faticoso, pieno di ostacoli e di ottusi dinieghi, che era iniziato con il diffondersi del pensiero di Franco Basaglia già negli anni ’70 con la costituzione dei primi CIM (Legge “Mariotti”, n° 431,18/3/1968 ) e poi con la nascita sul territorio, negli anni ’80, dei Centri crisi (Tommaso Losavio e Renato Piccione) e delle prime Case famiglia. I Centri crisi saranno trasformati dopo alcuni anni nei primi “Centri diurni terapeutico-riabilitativi”. Contemporaneamente si rafforza l’associazionismo dei familiari i quali, superata la fase della protesta fine a sé stessa, si impegnano per l’attuazione della legge 180 e, successivamente, del primo Progetto obiettivo Nazionale. Dopo la nascita dei DSM (LR 49/1983) a Roma, all’inizio degli anni ’90,, con la spinta del movimento e con il determinante impegno del Comune di Roma, Sindaco Francesco Rutelli, vengono aperti e finanziati 25 Centri diurni che accolgono circa mille persone impegnate in attività formative ai fini dell’inserimento lavorativo; allo stesso tempo iniziano, con finanziamenti del Comune di Roma, attività di impresa sociale che daranno lavoro a numerosi utenti.

Nel 1999, infine, viene portata a termine la chiusura dell’Ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà.

A partire dagli anni ’90, si consolida inoltre a Roma e nella Regione Lazio un sistema di partecipazione attiva dei cittadini alla vita istituzionale attraverso la costituzione di consulte ai vari livelli istituzionali:

  • le “Consulte dipartimentali per la salute mentale, istituite nel 1997 con delibera della Giunta regionale nell’ambito delle “Linee guida per la chiusura degli Ospedali psichiatrici e per l’attuazione del Progetto Obiettivo nazionale”;
  • la Consulta cittadina permanente per la salute mentale a Roma , istituita nel 1997, Sindaco Francesco Rutelli, con delibera del Consiglio comunale , ma già operante in via informale da alcuni anni;
  • la C.R.U.SA.M., Commissione Unica Regionale per la Salute Mentale (delibera Giunta regionale nel 1997), organismo nel quale le Associazioni rappresentano ancora solo una componente minoritaria, trasformata in Consulta regionale nei primi anni duemila.

Nella Campagna di comunicazione sulla salute mentale (2004-2005) organizzata a Roma dall’ARESAM, Associazione Regionale per la Salute Mentale, e sostenuta dall’Assessorato alle Politiche sociali e Promozione della Salute del Comune di Roma1, si prese atto dei risultati compiuti e si tracciarono le linee per un ulteriore sviluppo futuro.

Il grave degrado politico e culturale degli ultimi 20 anni non solo ha interrotto questo percorso, ma ha anche favorito il ripristino, spesso sotto mentite spoglie, di strutture e pratiche che, troppo ottimisticamente ritenevamo ormai prossime alla scomparsa quali, per esempio, la persistenza di forme anche gravi di segregazione e l’attuazione di pratiche da tempo condannate, quali la contenzione fisica. Nel corso dell’ultimo decennio inoltre si è proceduto ad un ulteriore cessione ai privati di servizi anche essenziali mentre si svuotava il significato democratico delle strutture di rappresentanza dei cittadini-utenti riducendole spesso ad un ruolo di organi puramente consultivi (nomina del Presidente della Consulta regionale da parte del Consiglio regionale), ecc.

Il problema della salute mentale, pur essendo venuto alle cronache, soprattutto a seguito della pandemia da Covid e della grave crisi economica, fra le questioni più gravi del nostro tempo, e pur oggetto di infinite, tranquillizzanti enunciazioni, resta pertanto assolutamente disatteso e presente in tutta la sua drammatica evidenza.

Tutto ciò non può che far ulteriormente rilflettere sul ruolo, sulle responsabilità e sulle strategie politiche e istituzionali dell’associazionismo degli utenti e dei famigliari e sui comportamenti dei cittadini stessi intesi allo stesso tempo come utenti dei servizi, da una parte, ma anche come partecipi e artefici della evoluzione culturale e politica del Paese, dall’altra.

E’ questo l’insegnamento più significativo che ci perviene dal pensiero e dagli scritti di Vanni Pecchioli e che si ritrovano in alcuni progetti da lui elaborati nella rappresentazione di una realtà che reclama cambiamenti radicali per mettere la tutela della salute mentale della comunità al passo dei tempi.

In questa fase di grande travaglio e di grande trasformazione della società a seguito dei ben noti, eccezionali eventi (pandemia da Covid-19, guerra in Europa, inflazione e crisi economica) la sconvolgente perdita di uno dei più prestigiosi protagonisti del movimento ci impone un ritorno più attento a quei progetti che restano pertanto l’obiettivo centrale di ogni nostra iniziativa con la collaborazione di quanti, utenti, famigliari, operatori sanitari, protagonisti della cooperazione sociale, privati, cittadini, hanno a cuore la salute mentale come fondamento del benessere dell’uomo. Non cè dubbio che una visione di insieme non può non possedere una dirompente valenza politica nel definire obiettivi e suscitare azioni e cambiamenti radicali, quali Vanni auspicava, onde eliminare meccanismi e perniciosi comportamenti che sono alla base di intollerabili diseguaglianze e di inestimabili danni al benessere delle persone.

Note:
1 G. DIGILIO (a cura di), Pratiche e Politiche per la salute mentale, Armando Editore, Roma 2005

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